BASSANO ROMANO

L’Antico feudo dei Giustiniani

Collocazione geografica

Bassano Romano sorge a sud della provincia di Viterbo tra i monti Sabatini e i monti Cimini. E’ situato a circa 50 Km da Roma e 35 da Viterbo; dista 5 Km dalla via Cassia e 10 Km dalla via Braccianese (ex via Clodia). Confina a nord con Capranica, a nord-est con Sutri, a ovest con Vejano, a sud-ovest con Oriolo Romano e a sud con Trevignano. Esteso su una superficie di 37,46 Kmq, a 365 m s.l.m. nel punto più basso fino a superare i 500 m nella zona della macchia, il paese è circondato da castagneti. Il clima è temperato, il territorio. La superficie dell’intera area boschiva di Bassano Romano è di circa 13 Kmq. Il piccolo centro viterbese è attraversato da numerosi corsi d’acqua, tutti a carattere torrenziale. Il paese sorge su di uno stretto e lunghissimo roccione di tufo delimitato da due profonde valli, orientato da Nord-Nord-Ovest, Sud-Sud-Est. L’abitato medioevale occupa il pianoro più alto e più largo del roccione e presenta la caratteristica pianta a fuso di acropoli con una strada principale mediana, dorsale sul colmo. Numerose strade residenziali (vicoli), trasversali alla strada principale longitudinale scavalcata da sottoportici, completano il sistema viario: qua e là spazi per larghi e piazzette, posti di avvistamento.

Storia

Secondo una leggenda popolare Bassano fu fondato da una coppia di giovani etruschi, Velka e Tarkana che, dopo la loro unione, da Sutri decisero di stabilirsi a Bassano, attratti dalle bellezze naturali e dalla serenità del luogo. Si racconta poi che la loro felicità, associata alla tranquillità in cui vivevano, attirò nuove giovani coppie che come loro decisero di stabilirsi lì. Arrivato l’autunno lo stesso entusiasmo coinvolse le famiglie dei boscaioli provenienti dal napoletano e dal senese per il taglio dei boschi. Così sul posto sorsero le prime capanne abitate da gente di diversa provenienza e cultura che mescolò insieme i propri usi e costumi e, con essi, anche la lingua, che si arricchì di sfumature ed espressioni latine, napoletane e senesi. Un volgare che doveva mantenere queste sue caratteristiche fino ai giorni nostri.
Le origini di Bassano non sono probabilmente antecedenti al primo millennio dopo Cristo: sembra che il primitivo castello sia stato edificato dai Sutrini tra il 1157 e il 1175. Significativo è anche il fatto che difficilmente possano essere antecedenti (Romane o addirittura etrusche) non trovando alcun riferimento a questo territorio nelle opere storiche di Livio, Diodoro e Velleio Patercolo.
Il rettore Malvolti , nel 1298, annovera il nostro paese tra i feudi che pagano il focatico.
In breve tempo le colline del -Feudus Bassani- si trasformarono in campi di grano e granoturco, in vigneti, in frutteti mentre le zone più alte, ricche di boschi e prati, divennero luoghi di caccia e pascoli.
In quest’oasi di pace la comunità si accrebbe e visse incurante delle lotte e degli avvenimenti esterni fino al XII secolo d.C. quando, nel 1159, Federico Barbarossa, alla guida di un esercito di15.000 soldati che si recava a Roma per proteggere l’antipapa Vittore IV (eletto dai cardinali imperiali in contrapposizione del papa Alessandro III), si scontrò con le truppe papali. Lo scontro si verificò in una vallata sita nell’estremità ovest di Bassano, l’odierna Valle Nobile. L’imperatore
Federico Barbarossa assistette alla feroce battaglia dalla cima di una rupe tufacea che ancora oggi viene chiamato -Tufi Barbetta – e, accortosi che a causa delle numerose perdite i papalini ripiegavano, ordinò al suo esercito di raggiungerli e di massacrarli. Terminata l’operazione la valle si presentò colorata dal rosso del sangue, tanto che ancora oggi conserva il nome di Valle Sanguineta.
I feroci fatti avvenuti non impensierirono molto gli abitanti di Bassano in quanto la vita si svolgeva molto distante dai luoghi di sangue, ma gettarono il panico tra gli abitanti dei paesi vicini percorsi dalle vie consolari. Tanto che un certo signorotto di Sutri, Enotorio Serco, vantando già dei diritti sul -Feudus Bassani-, ritenne opportuno fabbricarvi un palazzo per trasferirvi la propria residenza. I lavori furono completati in due anni, ma né il signorotto Serco né altri feudatari vi abitarono mai e così la costruzione di Bassano rimase per ancora quattro secoli come un saltuario recapito nel corso di partite di caccia.
Nel Registro del cardinale Albornoz (1354) si parla di un certo Riccardo di Puccio, signore di Bassano. Nel 1363 viene affidata la tutela su un terzo del territorio di Bassano ad una certa Francesca vedova di Giovanni I degli Anguillara signore di Capranica, imparentata con un ramo dei Savelli, nobile famiglia romana. I Savelli possedevano gli altri due terzi del territorio, che nel 1482, essendosi estinto il ramo maschile, per concessione di papa Sisto IV vennero affidati alla famiglia degli Anguillara
Ancora una volta le fonti e le notizie si interrompono fino ad arrivare al 1428 e, a questa data, sappiamo che il feudo era per due terzi già degli Anguillara, ma Everso II, appartenente ad un altro ramo della famiglia, se ne impossessa; alla sua morte, avvenuta nel 1464, il ramo degli Anguillara di Ceri recupera i suoi diritti e nel 1428 Sisto IV assegna agli Anguillara anche il terzo del territorio che apparteneva ai Savelli. Viene così a determinarsi una situazione alquanto anomala: il feudo di Bassano diventa, per usare un termine moderno, un condominio dove le due famiglie signore del “castellum” convivono malamente e cercano di prevalere l’una sull’altra con continue scaramucce. Le rivendicazioni dei Savelli sulla terra di Bassano finalmente cessano nel 1505 con l’accettazione di un compenso in danaro offertogli dagli Anguillara.
All’inizio del secolo XV, in molte zone dell’Italia centrosettentrionale, si assiste ad una ripresa delle istituzioni feudali. Questo serve a creare nuove aristocrazie di nobili fedeli, a premiare amici e clienti, a raccogliere denaro. Nel XVI e nel XVII secolo tale processo di “rifeudalizzazione” si lega, soprattutto, all’interesse per la terra dei mercanti e dei banchieri i quali, a seguito della svalutazione della moneta, investono o acquistando proprietà fondiarie, o prendendo in affitto feudi.
Il 22 novembre 1595 gli Anguillara, con l’approvazione di Clemente VIII, vendono a Giuseppe Giustiniani, membro della storica famiglia dei banchieri genovesi profugo dal suo dominio dell’isola di Scio nell’Egeo in seguito all’assalto dei Turchi, il feudo di Bassano per la somma 55.000 scudi.
Il feudo è eretto a “marchesato” da Paolo V il 22 novembre 1605 nella persona di Vincenzo, figlio di Giuseppe, uomo colto, cosmopolita e grande mecenate. L’elevazione a marchese permise di mettere in luce Bassano che da quel momento era posto tra le baronie dello Stato Pontificio degne di nota.

la mia foto

Con l’insediamento della famiglia Giustiniani coincide anche l’ingresso di Bassano nella vita politica ed economica dello Stato della Chiesa; non a caso è proprio in questo periodo che si registra l’incremento del settore urbanistico. E’ del 1649 il “Breve” di Innocenzo X con il quali si concede la licenza a Don Andrea Giustiniani per poter liberamente fabbricare sul territorio di Bassano.

Il paese, che fino a tutto il 1500 era rimasto medievale nel suo aspetto, nel secolo XVII, ad opera dei Giustiniani, fu oggetto di un’importante trasformazione urbanistica attraverso un vero e proprio piano regolatore concepito e realizzato secondo il gusto del tempo. Trasformazioni che per il loro costo e vastità si rivelarono sproporzionate all’economia del paese e lasciarono esausto il patrimonio dei feudatari.
Furono eseguiti i seguenti lavori e sistemazioni: trasformazione del Castello in Villa-Palazzo; muri di contenimento del parco (24 ettari con casino di caccia); fontane e statue; costruzione di due ponti(uno dal palazzo al parco, l’altro sul fosso a Nord); costruzione della chiesa di San Vincenzo Martire con annesso borgo di case rurali a schiera; trasformazione della piazza del Castello; costruzione del borgo e della chiesa di San Filippo Neri.
Andrea sposò Maria Phamphili, figlia di Phamphilio, fratello di Papa Innocenzo X e Olimpia Maidalchini. Lo stesso Innocenzo X il 21 novembre 1644 eleva Andrea a rango di principe. Ciò conferisce al feudo altri privilegi. La terra di Bassano fu sottratta alla giudicatura della Congregazione del Buon Governo ed è esentata, per rendere più agevole lo svolgimento di una manifestazione fieristica che si tiene durante la prima decade di novembre, da qualsiasi dazio o gabella. E’ il momento di grande splendore per la città. Di massima gloria per i Giustiniani. Bassano diventa meta internazionale. Iniziano così le visite del papa e di altri principi, tra cui Giacomo III Stuart, pretendente al trono d’Inghilterra. Un’epoca dorata che durerà all’incirca un secolo.
Dopo la morte di Andrea nel 1667, eredita il principato il figlio Carlo Benedetto minorenne all’epoca. A gestire il feudo è la madre Maria Phamphili. Poi un altra donna lascerà un impronta decisiva nella gestione la moglie dello stesso Carlo Benedetto: Caterina Gonzaga, dopo che lo stesso muore a Bassano nel 1679, fino al 1699 quando il loro figlio anch’esso all’epoca minorenne: Vincenzo II raggiunse la maggiore età.
Con il XVIII secolo inizia per Bassano un lento declino. Nel 1704 perde l’autonomia amministrativa quando un chirografaro del Pontefice Clemente XI fa rientrare le comunità baronali, tra cui il feudo di Bassano, nel Buon Governo Pontificio. Nonostante ciò Bassano conosce un corposo fenomeno di immigrazione specie dalla vicina Umbria. Prime le epidemie, l’ultima nel 1786, poi i francesi nel ’99 ne segnano il declino. Grazie a Napoleone creano in Italia la Repubblica Romana.
Durante il secondo conflitto mondiale, Bassano è teatro di duri scontri tra le forze naziste di occupazione e gli Alleati. Il paese è occupato interamente dal Genio Pontieri della Wehrmacht e dallo stesso Albert Kesselring. Il Palazzo è assediato dalle forze tedesche.

Bassano Romano oggi

Nel 1799, sotto la dominazione napoleonica, durante i mesi di marzo ed aprile iniziano, in Toscana, le insorgenze contro i francesi che a causa delle grandi e forti tasse, le numerose rapine e i molteplici saccheggi avevano ridotto alla miseria i ricchi borghesi e persino dei principi. Ai toscani si unirono gli umbri, i sabini, i laziali ed i campani che iniziarono una rivolta contro i francesi che si concluse con la sconfitta dei transalpini e con l’instaurazione di un governo provvisorio a Viterbo.
Anche Bassano conobbe questi tragici avvenimenti e grazie al Rev. Giacomo Marchetti, curato di Bassano alla fine del ‘700 che ci ha tramandato una dettagliata testimonianza.
Fino alla metà dell’anno 1799 la convivenza dei bassanesi con i francesi era stata abbastanza tranquilla, poi per una questione legata all’utilizzo di un cannone, lasciato l’anno precedente nelle campagne nei pressi di Bassano dalle truppe napoletane inseguite dai francesi, si riscaldarono gli animi. I bassanesi volevano utilizzare l’armamento per ricavarne nuove campane per la chiesa, però lo stesso era reclamato dagli oriolesi. Il 22 luglio un plotone francese, guidato da un certo Antonio Aquilani, romano accasato in Oriolo, giacobino e comandante della piazza di Oriolo, si recò a Bassano per avere ragione di quanto da lui sostenuto. La popolazione bassanese si coalizzò contro l’Aquilani e questi, vista la sgradita accoglienza dovette ritirarsi senza avere ottenuto ciò che Oriolo pretendeva. Ovviamente il comando francese, volendo avere soddisfazione dell’affronto, il 24 luglio inviò una truppa di soldati, al comando dell’ufficiale Saì, che giunse a Bassano alle ore 15,00. L’inaspettato arrivo prese di sorpresa la popolazione che in gran parte si rifugiò nella macchia e nelle vicine campagne. I soldati stanziarono nell’atrio e nelle stanze del piano terra del palazzo Giustiniani. BassanoRomano6Dopo poco fu fatto pubblicare il bando con il quale si ordinava il deposito di tutte le armi. In un primo momento la truppa francese soggiornò a Bassano senza provocare rappresaglie e attendendo che gli fossero portate a loro cospetto le persone sospettate di sobillazione. Il giorno dopo l’arrivo della milizia francese, alcuni bassanese ritennero utile avvisare le truppe insorgenti che si trovavano a Ronciglione e così, presentandosi al comandante di questi, il conte Martinelli, riferirono quanto stava succedendo a Bassano. Il Conte acconsentì l’aiuto e inviò circa trecento insorgenti con un piccolo cannone. Giunsero a Bassano verso le ore 23,00 e rimasero nascosti nel castagneto di Fogliano per tutta la notte. La mattina del 25 luglio gli insorgenti organizzarono l’opera di accerchiamento ed iniziarono a sparare. La milizia francese, sbarratasi all’interno del palazzo, rispose al fuoco. L’effetto sorpresa e la forza degli insorgenti, con l’aiuto di volontari bassanesei, ebbe ragione sui francesi che si ritirano precipitosamente attraversando il parco del principe. Nella battaglia perirono una decina di francesi, altri perirono durante la fuga. Gli insorgenti, dopo essersi rifocillati, lasciarono Bassano, alla volta di Ronciglione. A seguito della rivolta avvenuta a Bassano come in altri paesi vicini, il Generale Garnier, comandate delle truppe francesi, ordinò il saccheggio. Il 28 luglio fu invasa Ronciglione e dopo una cruenta battaglia fu messa in ginocchio. A Bassano si aspettava da un momento all’altro l’arrivo delle milizie: molte persone avevano cercato di portare in salvo gli oggetti di valore, nascondendoli e nascondendosi nelle campagne Il 31 luglio, alle ore 21,30, si udì il primo sparo proveniente dalla Madonna dei Monti era la truppa francese proveniente da Bracciano e Tolfa, temendo un’imboscata da parte dei bassanesi, i francesi attesero l’arrivo dei rappresentanti del posto che chiesero di risparmia il paese. Il saccheggio iniziò da li a poco: fu distrutto tutto al loro passaggio così pure gravissimo danno fu arrecato alla Casa Giustiniani. Furono portati via molti beni di valore, alcuni, specialmente quelli religiosi, si salvarono perché nascosti, come il busto in argento di San Gratiliano. Nonostante le ruberie i francesi non erano soddisfatti, ma la pace, per intercessione della Principessa Giustiniani al Generale Garnier in Roma, si ottenne alla condizione che Bassano versasse al comando francese di Bracciano “piastre seicento di argento, botti 16 di vino, due belle vaccine”. Il 19 agosto giunsero a Bassano 13 soldati ungheresi da Ronciglione che unitisi a 60 bassanesi si incamminarono verso Oriolo per vendicarsi di coloro che avevano aiutato i francesi a devastare Bassano. Saccheggiarono quattro o cinque case. Con questo atto iniziò un’altra cruenta disputa. Il 25 agosto l’armata francese di circa 350 soldati si addentra nel territorio bassanese dalla parte della Madonna dei Monti. La truppa degli insorgenti, composta da 50 ungheresi, ottanta aretini e ottanta bassanesi, si attesta nei pressi dell’ultimo portone del giardino. Dopo poco iniziò la battaglia che crebbe all’interno del giardino e continuò nel paese. Altri valorosi bassanesi allargarono le fila degli insorgenti e tutti insieme riuscirono a cacciare le truppe francesi che si ritirano a Oriolo. Non soddisfatti dai aver cacciato il nemico la milizia bassanese si protrasse fino ad Oriolo e se ne impadronirono, i francesi si diedero ad una rapida fuga verso Canale e Rota. Alcuni bassanesi ritornarono a casa altri invece, insieme agli ungheresi, partirono per Bracciano e conquistarono la fortezza dove alloggiavano i francesi. Il 30 agosto fu mandata contro Bassano una nuova armata di circa 1000 persone “costituita da francesi, patriotti e giacobini romani, bagarini, ebrei ed altra peggior feccia di Roma, che fu guidata quasi a forza con la promessa di un saccheggio, giacché, essendosi Bassano fatto un nome, temeva ognuno di venirsi”.Il numero elevato degli invasori spaventò gli insorgenti che si diedero alla fuga e la popolazione rimase smarrita. Il 31 agosto, alle ore 22,00 giunse l’armata che dopo poco iniziò un altro e più minuto e rigoroso saccheggio: “Fra le cose più esecrande e sacrileghe che commisero, fu quella di prendere l’urna dove si conservavano le sante ossa di San Luciano Martire, aprirla con scalpello, prendere le sante ossa e disperderle per la chiesa insieme con l’urna . Nella chiesa di San Filippo ruppero la sacra urna dove si conservava il corpo di Santa Adriana martire, avendo inoltre franto e sganassata la stessa che era sana ed intiera, lasciandola in mezzo alla chiesa, che parimenti venne il tutto piamente raccolto”.“Il 29 ottobre evacuarono i francesi da Roma, fu stabilito il governo provvisorio del Conte Naselli per Sua Maestà siciliana, e così terminò la Repubblica Romana e terminarono con al decadenza le disgrazie e le ruine di Bassano”.

Palazzo Giustiniani

I Giustiniani possiedono il feudo di Bassano fino al 9 dicembre 1854, quando a causa dei forti debiti accumulati, l’ultimo Giustiniani, Leonardo, erede diretto di Andrea Cassano primo principe di Bassano, Don Leonardo Giustiniani, lo vende a Don Livio Odescalchi.
Gli Odescalchi se ne curano fino alla età del XX secolo, dopo di che, comincia un costante disinteresse verso di esse lasciando il palazzo ed il parco ad un lento e costante abbandono.
Il rapporto cordiale con la comunità di Bassano e Casa Giustiniani ricorre spesso nei documenti storici rinvenuti nelle varie sedi, rapporto che invece si incrina con i successivi Signori del feudo bassanese, la famiglia Odescalchi
E’ documentato che già dall’inizio della gestione Odescalchi sorgono diatribe e quella che sottopongo in questo numero della Gazzetta riguarda l’esercizio del diritto di patronato (jus patronato). Con tale diritto i Signori avevano la possibilità di nominare il parroco e consequenzialmente il dovere di partecipare a tutte quelle spese necessarie per il mantenimento della chiesa.
I Giustiniani sono sempre stati attenti agli obblighi che gli derivavano dall’esercitare tale diritto di patronato, invece, da una lettura di alcuni documenti storici conservati presso l’archivio storico del Comune, risulta che gli Odescalchi applicavano i diritti, tralasciando i doveri.
In un atto del Tribunale Ecclesiastico della Città di Sutri, datato 23 marzo 1857, viene sottoscritto dai componenti la Magistratura di Bassano (Organo di governo del Comune) un esposto in quanto i medesimi sono venuti a conoscenza che il Principe Don Livio Odescalchi ha nominato arciprete-parroco Don Filippo Pieri. I sottoscrittori lamentano non tanto la nomina del parroco quanto la mancata assunzione degli oneri derivanti da questo “patronato”. Alla medesima rimostranza il Principe Odescalchi risponde con altro atto avanti al Tribunale Ecclesiastico di Sutri, datato 24 aprile 1857, affermando che la denunzia della Magistratura di Bassano era “mal consigliata, insulsa, impertinente, nulla, irrita, ingiusta e vuota al tutto di effetto”.
Alcuni anni dopo ed esattamente il 12 giugno 1868, sempre avanti il Tribunale ecclesiastico di Sutri, la Magistratura del Comune di Bassano lamenta ulteriore abuso della Casa Odescalchi sempre in merito all’uso del diritto di patronato.
Da questo atto così si legge: “ Da un avviso pubblicato in Bassano da questa Ecc.ma Curia il 9 giugno corrente alle ore 18 italiane i comparenti sono venuti a conoscere che la Signora Principessa Donna Sofia Odescalchi moglie di sua altezza il Sig. Principe Don Livio Odescalchi, ……… con la cessione altresì di tutti i diritti onorifici che gli sono inerenti esercitando il diritto di patronato di quella stessa chiesa parrocchiale in sequela della morte del Rev.do Sig. don Filippo Pieri arciprete parroco, sia proceduto alla nomina e presentazione di altro arciprete nella persona del sacerdote Sig. don Paolo Fioravanti di Campagnano.”
In questo caso la Magistratura contesta che la nomina dell’arciprete sia avvenuta per volontà della Principessa Donna Sofia, la quale, secondo la Magistratura, non aveva titolo per esercitare tale diritto in quanto solo e di esclusiva competenza del marito Don Livio. Per tale motivo dichiarano che il diritto esercitato sia reso nullo e privo di ogni effetto.
Nel 2003 ad un prezzo di circa 4 miliardi e 200 milioni di lire, il palazzo ed il suo giardino sono stati venduti alla Soprintendenza Beni Architettonici, Demoetnoantropologici e del Paesaggio del Lazio, attuale proprietaria del palazzo e del parco.

Palazzo Giustiniani

Il Palazzo Giustiniani di Bassano Romano è un splendido esempio del manierismo romano, che a differenza di Caprarola, Bagnaia e Bomarzo, famosi centri del manierismo Viterbese, rimane ancora oggi poco conosciuto e in uno stato di graduale abbandono che ben presto porterà, questo gioiello di arte italiana, all’inesorabile scomparsa.
Il Palazzo ora è aperto ai visitatori tutti i Sabato alle ore 11 per visite guidate, ed è in fase di restauro. Mantiene nel suo aspetto ancora un notevole fascino all’occhio del visitatore, tanto che gli stessi sono stati protagonisti di numerosi film come l’Avaro di Alberto Sordi e la dolce vita di.
Il paese, nella parte più antica, conserva intatto il suo aspetto e il suo fascino medioevale, così come ha conservato incontaminati i suoi verdi boschi e i suoi paesaggi ricchi di aria salubre e acque limpide e fresche di sorgente che, secondo una leggenda paesana, furono incanalate per alimentare una fontana di Piazza San Pietro a Roma.

Cristo redentore – Michelangelo Buonarroti

Il Cristo Portacroce Giustiniani
la tua foto
Particolare del viso con la venatura

La monumentale statua rappresentante Cristo risorto con la croce, pubblicata per la prima volta da DANESI SQUARZINA [1998a], p. 112, fig. 54, è stata identificata da BALDRIGA [2000a] come la prima versione del Cristo commissionato nel 1514 a Michelangelo da Metello Vari per la chiesa domenicana di S. Maria sopra Minerva a Roma. A causa di una vena nera rivelatasi sul volto del Cristo durante la lavorazione, lo scultore fu costretto ad abbandonare il marmo per poi donarlo, qualche tempo dopo, allo stesso Vari che lo collocò nel giardino della propria residenza romana dichiarando di conservarla “come suo grandissimo onore, come fosse d’oro”. È qui che, alla metà del Cinquecento, ne testimonia ancora la presenza l’erudito Ulisse Aldrovandi che la descrive con queste parole: “In una corticella overo orticello, vedesi un Christo ignudo con la Croce al lato destro non fornito per rispetto d’una vena che si scoperse nel marmo della faccia,  opera di Michel Angelo, & lo donò a M. Metello, & l’altro simile a questo, che ora è nella Minerva lo fece far à suo spese M. Metello al detto Michel Angelo” (ALDROVANDI [1562, ed. 1975], p. 247). Dell’opera si perde ogni traccia documentaria fino al 1607, quando alcune lettere inviate da Roma da Francesco Buonarroti a Michelangelo il Giovane ne segnalano la presenza sul mercato dell’arte (“… il Signor Passignano […] vuole ch’io vadi a vedere una borza di marmo di mano di Michelangelo del Cristo della Minerva dello stesso, ma in diversa positura, et a lui gli piace, e crede che il prezzo sarà poco più che la valuta dello stesso marmo, la figura come sapete è grande al naturale…”; vedi SEBREGONDI FIORENTINI [1986]). L’opera viene descritta come “una borza di marmo” e paragonata, per il suo stato di incompiutezza, ai Prigioni ed al S. Matteo di Firenze. Di fronte al prezzo elevato richiesto dall’ignoto venditore (300 scudi), Francesco Buonarroti rinuncia all’acquisto dopo essersi consigliato con Ludovico Cigoli e con il Passignano. Le lettere del 1607 assumono nel contesto della presente attribuzione un’importanza essenziale poiché, oltre ad informarci della possibilità di acquistare il marmo michelangiolesco in questi anni, aggiungono due notizie cruciali per la sua identificazione: il fatto che la

Basilica di Santa Maria sopra Minerva

prima versione presentasse una “diversa positura” rispetto al Cristo oggi visibile nella Chiesa della Minerva, ed il fatto, peraltro già implicito nella descrizione dell’Aldrovandi, che Michelangelo aveva abbandonato il blocco ad uno stato di lavorazione piuttosto avanzato o comunque tale per cui la figura della statua era già ben delineata. A tutto ciò va aggiunto il fatto che negli stessi anni in cui l’opera risulta in vendita i Giustiniani andavano costituendo la loro collezione di statue antiche e moderne e che per il tramite del Passignano, molto legato alla famiglia, avrebbero potuto acquistarla con facilità. Volendo inoltre considerare l’ipotesi che al momento della vendita la statua sia rimasta nel giardino del Vari, ovvero a pochi passi dalla chiesa della Minerva, vi sono altri elementi a conferma dell’ipotesi qui esposta (su questo vedi, soprattutto, DANESI SQUARZINA [2000b]). Innanzitutto, vi è un dato puramente topografico: palazzo Giustiniani si trova proprio nei pressi del convento domenicano della Minerva e il trasporto della statua sarebbe stato piuttosto agevole. Ma ben più rilevante è il fatto che nei confronti della Minerva la famiglia Giustiniani aveva un rapporto molto stretto, che risaliva già al cardinale Vincenzo, zio di Benedetto e del marchese Vincenzo, e che si era poi protratto con lo stesso Benedetto. Quest’ultimo oltretutto dispose numerosi lasciti in favore della Confraternita della SS. Annunziata, tra le cui carte è registrato il testamento del nostro Metello Vari, già proprietario della “borza” michelangiolesca (ASR, Rubricellone della SS. Annunziata, 7 aprile 1554, cfr. PARRONCHI [1975] , che delinea le vicende dell’eredità di Metello Vari). La statua viene citata nell’inventario della statue di palazzo Giustiniani stilato nel 1638, dopo la morte del marchese Vincenzo: “(Nella stanza abaso canto alla Porta [grande del palazzo] verso San Luigi [àll’uscir à man dritta, dove sono de bassi rilievi]), Un Christo in piedi nudo con panno traverso di metallo moderno, che abbraccia con la dritta un tronco di Croce con corda e Spongia e trè pezzi di Croce in terra alto palmi 9. in circa”. L’ipotesi più probabile è che, dopo avere acquistato il marmo non finito, Vincenzo lo abbia fatto completare da uno scultore di sua fiducia (forse uno dei tanti che lavorarono per lui in qualità di restauratori) che ne coperse la nudità ormai divenuta “oltraggiosa” per i canoni del decorum seicentesco. Le menzioni della statua che negli anni successivi si ritrovano puntualmente negli inventari di palazzo Giustiniani non vanno prese in considerazione: questi, infatti, riportano pedissequamente quanto elencato nell’inventario del 1638. Ben più importante, invece, è il fatto che il Cristo venga citato nei documenti relativi alla chiesa di S. Vincenzo Martire a Bassano Romano sin dal 1644: qui l’opera fu certamente portata da Andrea, figlio adottivo di Vincenzo, in osservanza alle disposizioni lasciate dal marchese (DANESI SQUARZINA [2000b]). Come noto, fu lo stesso Vincenzo, “architetto dilettante”, a progettare la costruzione della chiesa che ancora oggi si impone visivamente sulla valle sottostante: la statua del Cristo di Michelangelo, originariamente posta sull’altare maggiore del Santuario all’interno di una gigantesca nicchia riprodotta nella Galleria Giustiniana, poteva dominare così l’intero paesaggio. Numerosi sono gli interrogativi che questa scoperta può suscitare, soprattutto rispetto alle implicazioni che essa comporta in termini di storia del collezionismo. Il fatto che negli inventari Giustiniani la statua non venga mai menzionata come opera di Michelangelo non deve affatto sorprendere: non soltanto era prassi che tali inventari, redatti fondamentalmente come documenti fiscali, sottacessero informazioni importanti relative al valore economico dei beni, ma nel caso specifico della collezione Giustiniani le statue vengono semplicemente indicate come “moderne” o “antiche” (unica eccezione a questa regola è il nome di François Du Quesnoy). cristo minervaChe il Cristo della Minerva avesse per Vincenzo un significato particolare è dimostrato da un breve passo del Discorso sopra la scultura, nel quale il marchese paragona l’opera di Michelangelo al cosiddetto “Adone dei Pichini” (ovvero il Meleagro dei Musei Vaticani): in questo confronto tra antico e moderno è l’Adone ad affermarsi poiché la sua bellezza è tale che la statua sembra respirare: “…come si vede in alcune statue antiche, e particolarmente nell’Adone de’ Pichini ch’è una statua in piedi, ma con tanta proporzione in tutte le parti, e di squisito lavoro, e con tanti segni di vivacità indicibili, che a rispetto dell’altre opere, questa pare che spiri, e pur è di marmo come le altre, e particolarmente il Cristo di Michelangelo, che tiene la Croce che si vede nella chiesa della Minerva, ch’è bellissima, e fatta con industria e diligenza, ma pare statua mera, non avendo la vivacità e lo spirito che ha l’Adone suddetto, dal che si può risolvere, che questo particolare consista in grazia conceduta dalla natura, senza che l’arte vi possa arrivare” (BANTI [1981], p. 70). È davvero interessante, allora, constatare (come Silvia Danesi Squarzina aveva già suggerito nel 1998) che nel Cristo Giustiniani, forse completato su indicazione di Vincenzo, la statua presenta, differentemente da quella della Minerva, la bocca aperta. Poiché il volto del Cristo appare come una delle parti maggiormente rimaneggiate dell’opera, è assai probabile che per la sua finitura il marchese abbia fornito delle precise indicazioni. Al di là dei dati storici e documentari sin qui delineati, il Cristo Giustiniani presenta – a un’analisi ravvicinata – numerosi elementi di conforto per l’attribuzione michelangiolesca. Innanzitutto il lato sinistro del volto del Cristo è segnato da una lunga venatura nera che dalla guancia scende fin sotto alla barba. L’evidenza di questo elemento, notato anche da Serenella Rolfi ma da lei ritenuto una fortuita coincidenza (ROLFI [1998] e [2000]), è a mio parere tale da costituire di per sé una prova significativa per l’identificazione dell’opera. Tracce di non finito sono ravvisabili nella parte posteriore della statua, mentre impronte plausibili di gradina a tre denti si possono distinguere sulla mano sinistra. È inoltre interessante confrontare la somiglianza della serie di forature riscontrabili nella fessura che separa la parte bassa della gamba sinistra dal tronco d’albero con quelle lasciate frequentemente da Michelangelo sul contorno di molte sue sculture, come nello Schiavo ribelle del Louvre (anche in quest’ultimo una linea di forature si trova nella fessura posta tra la gamba e l’elemento naturalistico; cfr. HARTT [1969], p. 18). Poiché rimane sconosciuta l’identità dello scultore chiamato a completare l’opera ed è in ogni caso molto rischioso cercare di determinare su basi puramente stilistiche il grado di finitura raggiunto da Michelangelo al momento in cui decise di abbandonare il blocco di marmo, è bene limitarsi a cercare di riconoscere l’intervento del grande scultore nella semplice impostazione della statua, nel suo equilibrio e nelle sue proporzioni. Tuttavia, se, come credo, Michelangelo poté definire il contorno dell’opera e cominciare a modellare la figura (non altrimenti si spiegherebbero le descrizioni delle fonti, che parlano chiaramente di un “Cristo nudo con la croce” e dunque di una scultura già “leggibile” benché incompiuta), è comunque legittimo avanzare alcune ipotesi di carattere formale. L’articolazione degli arti, evidentemente esemplata sul modello classico del contrapposto policleteo, impone alla figura una solennità tipicamente rinascimentale: il solido appoggio la inchioda al terreno e conferisce alla statua un equilibrio da eroe antico. È questa, peraltro, la concezione che sottende allo stesso David, ove un analogo contrapposto di braccia e gambe definisce la postura della statua. Sul piano del confronto stilistico è molto interessante rilevare la forte analogia riscontrabile tra il particolare della mano sinistra del Cristo Giustiniani, premuta contro la coscia a trattenere la veste, e quella del Bacco (Firenze, Museo del Bargello), immersa leggermente in un morbido panno. Come rilevato da Silvia Danesi Squarzina, il confronto rasenta la quasi sovrapponibilità nel caso di un disegno a sanguigna oggi conservato al Louvre, inv. 717 (63522), datato da Tolnay agli anni precedenti il Cristo della Minerva e rappresentante proprio il particolare di una mano distesa su un tessuto (TOLNAY [1975 ], vol. I, p. 84, tav. 93). A queste considerazioni, vanno aggiunte le importanti riflessioni di carattere iconologico elaborate da Silvia Danesi Squarzina (DANESI SQUARZINA [2000b]). L’iconografia del Cristo Giustiniani, con il braccio sinistro disteso lungo la gamba e il destro piegato a stringere gli strumenti del martirio, si può ben ricollegare all’immagine del cosiddetto “Uomo dei dolori”: in segno di mortificazione Cristo abbassa gli occhi e volta il capo a distogliere lo sguardo dalla propria nudità (WEINBERGER [1967], vol. I, p. 209). È di grande interesse sottolineare il fatto che esiste una tradizione iconografica del Cristo-Uomo dei dolori chiaramente derivata dal Cristo michelangiolesco alla Minerva, ma caratterizzata da una “diversa positura”. Una incisione tratta da Rosso Fiorentino (CARROLL [1987]; CIARDI [1994], p. 55) rappresenta il Cristo con la Croce e gli strumenti del martirio che distende però il braccio sinistro verso il basso, lasciando scorrere, con chiaro significato eucaristico, il sangue che sgorga dal costato verso un calice posto ai suoi piedi. Allo stesso modo, una scultura di Raffaello da Montelupo (Orvieto, Duomo) ripropone il Cristo con la Croce e il braccio disteso verso il basso. È dunque possibile che l’impostazione della prima versione del Cristo della Minerva si sia in qualche modo diffusa nell’ambito degli allievi di Michelangelo e che si sia poi perpetuata con l’aggiunta di alcune contaminazioni iconografiche. Il fatto che una “diversa positura”, ora confermata anche dalle lettere del 1607, dovesse in qualche modo differenziare la prima dalla seconda versione del Cristo della Minerva, era stato già ipotizzato da autorevoli studiosi come lo Hartt (HARTT [1971], p. 215) ed il Weinberger (WEINBERGER [1967], vol. I, pp. 202 e ss.). Quest’ultimo, in particolare, riteneva che non soltanto la prima versione dovesse necessariamente differenziarsi dalla seconda per l’ovvia ragione che Michelangelo non avrebbe mai realizzato due statue di identica impostazione, ma che l’elemento che a suo parere doveva distinguerle era necessariamente la posizione del braccio sinistro. Nel 1514 Michelangelo non avrebbe utilizzato una soluzione tanto ardita come quella poi adottata nella sua versione definitiva: più probabilmente, afferma Weinberger, lo scultore avrebbe optato per una scelta più convenzionale, lasciando cadere il braccio lungo la linea della gamba sinistra. (Irene Baldriga)

Monastero di S. Vincenzo, vista dall’alto
Monastero di S. Vincenzo

Nella Basilica di S.Maria della Minerva a Roma è presente il Cristo risorto di Michelangelo commissionato nel 1514 da

Metello Vari, nobile romano, la cui cappella gentilizia e proprio vicina a quella dei Giustiniani. L’artista aveva da un paio di anni concluso i primi affreschi nella Cappella Sistina.Proprio recentemente in occasione della Mostra sulla Collezione Giustiniani del 2001, è stato scoperto che il Cristo della Minerva è una “seconda copia”, del Michelangelo. La “prima” attualmente is trova nel Monastero di S.Vincenzo a Bassano Romano .

Cristo della Minerva



Dopo aver lavorato la statua (dal basso verso l’alto come si usava all’epoca) il grande artista scoprì proprio sul volto una venatura nera (“… reuscendo nel viso un pelo nero hover linea…”, GOTTI [1875], vol. I, p. 143) ed abbandò l’opera che restituì al committente al prezzo di marmo (per riconoscenza Mello Vari gli regalò un puledro) che lo collocò nel giardino della propria residenza romana dichiarando di conservarla “come suo grandissimo onore, come fosse d’oro”. , qualche anno dopo la stauta entrò nel circuito degli antiquari e fu notata da Vincenzo Giustiniani, colto mecenate e soprattutto attento conoscitore dell’arte che subitò intuì la mano del grande artista sull’opera incompiuta. Vincenzo fece completare da uno scultore di sua fiducia (forse uno dei tanti che lavorarono per lui in qualità di restauratori) che ne coperse la nudità ormai divenuta “oltraggiosa” per i canoni del decorum seicentesco. e la mise sull’altare maggiore della Chiesa di S.Vincenzo a Bassano.
Il Cristo restò sull’altare maggiore di San Vincenzo fino alla metà degli anni sessanta, dove fu poi posto in una cappella laterale.
Che il Cristo della Minerva avesse per Vincenzo un significato particolare è dimostrato da un breve passo del Discorso sopra la scultura, nel quale il marchese paragona l’opera di Michelangelo al cosiddetto “Adone dei Pichini” (ovvero il Meleagro dei Musei Vaticani): in questo confronto tra antico e moderno è l’Adone ad affermarsi poiché la sua bellezza è tale che la statua sembra respirare: “…come si vede in alcune statue antiche, e particolarmente nell’Adone de’ Pichini ch’è una statua in piedi, ma con tanta proporzione in tutte le parti, e di squisito lavoro, e con tanti segni di vivacità indicibili, che a rispetto dell’altre opere, questa pare che spiri, e pur è di marmo come le altre, e particolarmente il Cristo di Michelangelo, che tiene la Croce che si vede nella chiesa della Minerva, ch’è bellissima, e fatta con industria e diligenza, ma pare statua mera, non avendo la vivacità e lo spirito che ha l’Adone suddetto, dal che si può risolvere, che questo particolare consista in grazia conceduta dalla natura, senza che l’arte vi possa arrivare” (BANTI [1981], p. 70). È davvero interessante, allora, constatare (come Silvia Danesi Squarzina aveva già suggerito nel 1998) che nel Cristo Giustiniani, forse completato su indicazione di Vincenzo, la statua presenta, differentemente da quella della Minerva, la bocca aperta. Poiché il volto del Cristo appare come una delle parti maggiormente rimaneggiate dell’opera, è assai probabile che per la sua finitura il marchese abbia fornito delle precise indicazioni.
CristoMinerva5Michelangelo, abbandonata la prima opera, lavorò su un nuovo blocco e spedì ai suoi aiutanti romani una statua ancora da completare. Inizialmente vi lavorò Pietro Urbano, ma la statua successivamente fu più opportunamente completata da Federico Frizzi lasciando comunque insoddisfatto il grande
Michelangelo. La statua risultò comunque gradita al principale committente (Metello Vari) e la vicenda si concluse. L’opera, come previsto fin dall’inizio, fu collocata nella Chiesa di S.Maria sopra Minerva.
Attualmente è ubicata a lato dell’altare principale con il volto del Cristo praticamente rivolto in direzione degli affreschi di Filippino Lippi nella Cappella Carafa. Dopo le vicende michelangiolesche vi fu posto un panneggio dorato per coprire le nudità.

(tratto da www.giustiniani.info)