Chi siamo

I Giustiniani

Famiglia genovese, sorta nel 1362 dalla fusione di altre famiglie (Campi, Arangio, Branca, Garibaldi, ecc.), che avevano dal 1349 costituito la maona per l’amministrazione e lo sfruttamento dell’isola di Chio, da loro conquistata. Diede nove dogi alla repubblica e vanta personaggi insigni, nel mestiere delle armi, come Giovanni Guglielmo Giustiniani Longo (v.), che combatté a Costantinopoli contro i Turchi nel 1453; nella vita ecclesiastica, come Orazio (v.) cardinale di S. Onofrio e bibliotecario di S. Romana Chiesa; e nelle lettere, come l’orientalista Agostino (1479-1536), l’erudito abate Michele, il bibliotecario Lorenzo (v.).

La famiglia Giustiniani ebbe il dominio dell’isola di Scio, e per qualche tempo anche di altre isole dell’Egeo e di Focea sulle coste dell’Asia Minore, e trasse dal commercio del mastice di Scio considerevoli ricchezze, seppe destreggiarsi tra Greci, Veneziani e Turchi mantenendo per oltre due secoli un piccolo principato genovese autonomo circondato da elementi costantemente ostili. Anche dopo la caduta di Costantinopoli, Scio costituì per 120 anni un piccolo stato libero, sebbene tributario dei Turchi.

La storia dei Giustiniani di SCIO dal 1363 al 1566    

L’8 giugno 1363, l’imperatore Bizantino Giovanni V Peleologo rinuncia definitivamente al suo potere sulle isole e cede ai Giustiniani i diritti su Chios, Samo, Enussa, Santa Panagia e Focea che era diventato uno degli empori più fiorenti dell’Asia Minore, conferendo ai Giustiniani i titoli di Re e di Despota, alla greca, riconfermando ai “nobiles viros” Giovanni Oliviero, Raffaele de Forneto e Pietro Recanelli il possesso nelle forme e nei modi con cui l’avevano avuto gli Zaccaria, cioè «secundum rationem stirpis: videlicet ut eam transmittant in filios ex eorum lumbis procreatos veros heredes et successores; vel etiam in alios, quos ipsi voluerint».. Tale concessione fu poi rinnovata per altri quattro anni il 14 giugno 1367 a Tommaso Giustiniani.
Questo è il testo della “Bolla Aurea”, tutt’ora conservata, quale si rapporta de verbo ad verbum, che concede ai Giustiniani il possesso dell’isola di Chio ed il titolo di Principi:
BOLLA AUREA “Cum apparuerint Nobiles Viri genuenses Dominus Io: Oliverius, Dominus Raphael de Forneto, et Dominus Petrus Recanellus recti, et boni erga nostrum imperium, et ostenderint benevolentiam, prebuerintque; fidelitatem erga dictum nostrum Imperium, qualem dederunt ea de causa. Voluti quoque maiestas nostra, atque decrevit eos beneficio afficere, dareque ipsis Insulam chii, quocirca cum prelibati Viri Nobiles requisiverint, ut in huius donationis robur et testimonium ipsis concederetur bulla aurea Imperialis declarans raram, et firman tandem gratiam, et beneficium Maiestatis nostrae, ac in super declararet infrascriptam constitutionem, et concordiam, quam horum causa Maiestas nostra cum ipsis constituit et sancivit: huic supplicationi, et precibus dictorum Dominorum Maiestas nostra prompte annuens hanc bullam auream, et mandatum eis concessit, et elargitur, cuius tenore placet suae Maiestati; costituit, ordinat, et beneficio affict prelibatos Nobiles Viros, et eis donat ipsam Insulam Chii cum civitate, et Castris ommibus, quae in ea sunt, et omni eius habitatione, et districtu, ut eam videlicet ut eam transmittant in filosea corum lumbis procreatos veros heredes, et successores, vel etiam in alios, quos ipsi voluerint; coeterum debebunt prelibati Viri a presenti tempore, et in posterum singulis annis adferre, et numerare in a Deo custoditum vestiarium Imperii nostra praexcelsa Urbe Constantinopoli de mense May, vel Iunij uno quoque anno perpera quingenta; Itaque vi, et vigore presentis bullae aureae, et mandati Imperii nostri habebunt, et possidebunt prelibati Viri ipsam Insulam Chij cum eius Civitate, et omnibus Castris, et omni habitatione, et districtus secundum rationem stirpis et generis cum facultate cam transmittendi in suos filos, et erede, vel etiam alios, quos voluerint, quocirca, et ipsi Nobiles viri, vel etiam alij Genuenses in subsequentes annos lucri facient, accipient fructus, et reditus ab ipsa Insula Chij provenientes, et suos facient, absque eo, quod alici omnino teneantur reddere rationem: ad haec si fortem cotigeriti, ut Majestas nostra, aut aliquis ex foelicis memorie Imperatoribus, progenitoribus nostris auteam donaverit per bullam auream, seu mandatum aliquibus Grecis, vel Genuensibus, vel onmino aliis aliqua iura, et reditus eiusdem Insulae Chij, sit eiusmodi donatio irrita, et omino cassa, et inanis. In quorum firmissimum robur facta est prelibatis Nobilibus Viris presene bulla aurea, et mandatum Imperialis Maiestatis nostrae concessa septima presentis mensis Junij nunc currentis Octavae Indictionis sexies, millesimo trecentesimo sexagesimo tertio. Ionnes in Cristo fidelis Imperator, et moderator Romeorum Paleologus.
Questa conferma era stata necessaria, perché qualche anno prima nel 1348 l’imperatore Giovanni Cantacuzeno aveva richiesto l’isola di Chios ai Genovesi, i quali l’anno prima, esattamente il 12 febbraio 1347, l’avevano ceduta in dominio utile con le isole di Samo, Nicaria, Demussa e Santa Panagia ai Giustiniani, ed avevano ad essi concesso anche il privilegio di batter moneta “quod posset dictus potestas (Syu) nomine comunis Ianuae cudi et cudi facere in insula Syi monetam argenti de liga”. Privilegio rinnovato il 15 settembre 1439, il quale esclude ogni dubbio circa la sovranità piena ed intera dei Giustiniani sull’isola. L’ultima moneta coniata a Chios porta le iniziali di “V.I.” (Vincentius Iustinianus) ed è del 1562.
Non potendo rimborsare il credito, il dominio della Maona Giustiniani fu protratto dalla Repubblica di Genova, in momenti diversi fino al 21 novembre 1418.
Il governo dei Giustiniani, non fu in ogni modo sempre continuo. Durante la guerra con Venezia nel 1379, Focea Vecchia fu momentaneamente conquistata dai Veneti.
Nella metà del XIV secolo il centro dell’Asia minore sfugge al controllo dei Mongoli e si affacciava sulle coste Turche un nuovo terribile nemico: gli Ottomani, ostili e diffidenti nei confronti dei Genovesi.
L’instabilità politica di Genova facilitò l’ascesa e le pretese delle colonie e delle maone utilizzate da Genova anche per scopi diversi da quelli di sfruttamento coloniale, come nel 1378, quando sotto il peso dei costi della guerra di Chioggia, il comune utilizzò la Maona per coprire l’operazione diinfeudazione della Corsica a sei cittadini chiamati promiscuamente “Mahonenses, Feudatarii, Apaltatores” che poi si ridussero al solo Leonello Lomellino nel 1405. Dall’inizio del XV secolo, le Maone non hanno più come scopo la conquista di nuove territori, ma la conservazione di quelli già posseduti.
Genova controlla il Mar Nero attraverso Galata e l’isola di Tenedo ma per le medesime ragioni commerciali devono ogni volta confrontarsi con i Veneziani e con gli imperatori Bizantini. Proprio in questo momento emerge la figura di Francesco Gattiluso, che sposando la sorella di Giovanni Paleologo ottiene l’isola di Lesbo come dote. Qualche anno prima nel 1386 la grande città di Enos si aggregò spontaneamente ai domini del Gattiluso e ben presto di aggiunse l’appalto di Focea vecchia (anche se sotto il dominio formale dei Giustiniani), e più tardi tutte le altre Sporadi settentrionali: Taso, Lemno, Imbro e Samotracia. I Gattiluso hanno il grande pregio diplomatico di assimilarsi ai costumi Greci, sono vassalli di Bisanzio, parenti della casa imperiale e adottano per i loro figli nomi greci.
Nel 1380 i giannizzeri di Murad I e Rajasid I avevano tolto alla Maona l’isola di Samo. Vista la pressante potenza Turca, Focea Vecchia e Focea Nuova dovettero aprire le loro porte agli Ottomani.
Nel 1403 l’egemonia del medio oriente passò nuovamente ai Mongoli, con l’ascesa del suo condottiero “Temur lo zoppo” detto il “Tamerlano” che riuscì a riunire gli smembrati regni mongoli. Nel 1402 ad Angora inflisse una dura sconfitta agli ottomani. Tutta l’Asia minore fu spazzata più che dai Mongoli dal terrore degli stessi. Il Tamerlano morì poco dopo nel 1405 e così, come rapidamente era cominciato il suo dominio, così terminò rapidamente, ed gli Ottomani ripresero l’egemonia dell’Egeo.
La Maona si garantì ancora una certa indipendenza pagando un forte tributo agli Ottomani di circa 4.000 ducati. Una consuetudine normalmente seguita con altri popoli dell’Asia per assicurarsi la loro benevolenza.
Nel quattrocento, cambiano le modalità di gestione delle colonie, non più direttamente controllate dal Governo di Genova, ma per lo più dalla Casa di San Giorgio che rileva i debiti del comune nei confronti di gran parte delle Maone e degli amministratori delle colonie. Così fu per Famagosta, per la Corsica e per molte altre colonie del Mar Nero.
Con la caduta del Governo “popolare” a Genova, approfittando di un articolo della convenzione stipulata con la Repubblica, i Maonesi si ribellarono ai rappresentanti del Re di Francia che avevano assunto la Signoria di Genova. Venuti meno gli antichi patti, il 21 dicembre 1408 la Maona proclama l’indipendenza, ma il nuovo governo filo-Francese, la riconquista quasi subito il 18 giugno 1409 con una spedizione comandata da Corrado D’Oria. Il condottiero cercò un compromesso con i Giustiniani per impossessarsi del controllo personale dell’isola, pretendendo per la “libertà” dei soci della “Maona”, le quote dei maggiori azionisti. Mediante un abile opera diplomatica, il conflitto fu ricondotto e la “ribellione” presto dimenticata, anche per l’estremo valore della Maona nella difesa degli interessi commerciali di Genova da pirati e Ottomani. Genova inviò a Chios una piccola flotta per dimostrare la sua sovranità, ma non ce ne fu bisogno, in virtù di un nuovo compromesso il quale limitò ulteriormente l’autorità della Repubblica sulla Maona.
Questo fu l’ultimo atto di autorità della Repubblica sui suoi possedimenti di Oltremare, che da allora ebbero una autonomia praticamente illimitata, frutto più dalla debolezza della madrepatria piuttosto che dalla forza delle colonie, una soluzione che finì per nuocere a tutti.
A partire dal XV secolo, quasi tutte le colonie videro lentamente inaridirsi le fonti di ricchezza economica. L’inizio della decadenza, non impedì comunque a Pera, Chios e Famagosta di abbellirsi e di abbagliare i forestieri di passaggio con la bellezza dei loro palazzi. Ciriaco d’Ancona, umanista-mercante percorse tutto l’Egeo a scoprire i monumenti della Grecia classica. Andriolo Banca, grazie al suo sapere divenne amico di Eugenio IV e cantò in versi la guerra contro Venezia del 1431.
La Maona riuscì ugualmente a mantenere una certa prosperità nei commerci e nel controllo dell’arcipelago, con abili giochi di alleanze con gli Stati concorrenti: Venezia e il Regno di Rodi, contro il pericolo comune degli Ottomani.
Giovanni Adorno Giustiniani, figlio del Doge Giorgio e successivamente Percivalle Pallavicini sono a Costantinopoli come ambasciatori alla corte Ottomana di Maometto I. I Gattiluso e i Giustiniani nel 1416 prendono parte ad una spedizione vittoriosa dello stesso Maometto I contro il Principe Selgiuchide di Smirne.
Ma non sempre le forze latine sono compatte di fronte il comune nemico. Non di rado assistiamo ad alleanze miste come quelle genovese-turca come in passato quelle con gli Egiziani, non frutto di un disegno politico statale ma piuttosto frutto dell’iniziativa dei singoli per tornaconto personale, più che per guadagno territoriale per riduzione del pesante tributo imposto per continuare a commerciare in quelle terre.
Questa alleanze “personali” portarono alle estreme conseguenze nel 1444, quando durante la crociata di Papa Eugenio IV, legni privati genovesi, al soldo degli Ottomani, permisero di sconfiggere i cristiani a Varna il 10 novembre, dopo l’iniziale vittoria di Nish. Il sabotaggio della crociata acuì il disagio dell’Europa nei confronti dei Genovesi.
L’errata ed innaturale alleanza con i nemici di fede e di razza fu causa altrettanto grave quanto la corruzione dei funzionari coloniali e la decadenza economica delle colonie. I Turchi erano ben altri avversari che gli Egiziani di inizio millennio. Finchè il Sultano era disposto a far vivere le colonie pagando un tributo era un sacrificio che le Genovesi e Veneziani potevano sopportare, se paragonato al costo di una guerra e alla rovina dei traffici durante i combattimenti.
E’ in questo periodo che gli Ottomani lavorano al potenziamento della loro flotta, che fino ad allora era assolutamente insufficiente come mezzi e come preparazione marinara rispetto ai remi Italiani. Ad uscire da questa inferiorità, paradossalmente, furono aiutati proprio dai stessi tecnici e militari delle due repubbliche Genovese e Veneziana, che abbandonarono le loro patrie per contribuire, per denaro, al progresso bellico degli Ottomani.
Con la pressione degli Ottomani dopo il 1420, i Giustiniani videro progressivamente calare i proventi della produzione locale del mastice del vino e della seta. Il gettito dell’imposta portuale calò da lire genovine 1.942,10 nel 1408, 1.700 lire genovine nel 1424.
Quanto a Focea, lo smercio del suo allume fu reso sempre più problematico per la crescente concorrenza dei minerali estratti da tutti i paesi Turchi, per opera di un recente cartello dei Gattiluso, che aveva appaltato molte nuove miniere di allume in Asia ed in Europa, tra cui quelle di Ipsala sulla Màriza che incanalavano i loro prodotti per l’esportazione lungo il fiume Enos. Questa circostanza, e la costante prosperità agricola delle isole fecero si che i Gattiluso fossero forse i soli esenti dalla crisi tra i Genovesi dell’Egeo.
Il disastro di Varna tolse alla cristianità le ultime velleità di difesa delle roccaforti latine in oriente ed anticipò di qualche anno la caduta di Bisanzio.
Alla battaglia di Costantinopoli, che ebbe il suo epilogo il 29 maggio 1453, ci si arrivò dopo un anno di assedio da parte dei turchi, da quando cioè, il 14 aprile 1452, il sultano Maometto II fece iniziare i lavori per la costruzione di una fortezza militare sulla sponda europea del Bosforo, a pochi chilometri da Costantinopoli.
Il sogno di Maometto II era quello di conquistare la città per farne la capitale dell’impero ottomano. Anche suo padre, Murad II, aveva tentato in passato la conquista, ma venne respinto. Quando l’imperatore Costantino XI succedette nel 1448 a suo fratello Giovanni VIII, Costantinopoli era una città quasi in rovina, abbandonata da metà della popolazione, con scarsi commerci a garantirle la sopravvivenza. Era considerata imprendibile, dato che era circondata da alte e spesse mura, e fino all’avvento di Maometto II aveva saputo respingere molti tentativi di invasione. Quando ancor prima del 1453 la situazione si fece seria, Costantino XI si rivolse all’Occidente perché si assumesse l’onere e l’onore di difendere la capitale d’Oriente. Egli offriva, in cambio di truppe e di navi, l’unione delle due Chiese, l’orientale e l’occidentale, che però non convinse i principi della cristianità, sempre divisi da discordie tra di loro.
Nel marzo del 1453 Maometto II pensò di essere pronto. Intorno a Costantinopoli aveva concentrato un esercito di circa centoventimila uomini. Inoltre poteva contare su centoquarantacinque navi e su potenti artiglierie.
Pur continuando a essere grande dal punto di vista storico, da quello politico Costantinopoli non lo era più. Invece per Maometto fu grande sia in un senso che nell’altro. Gli parve che la città imperiale fosse la quintessenza della vita. Possedere Costantinopoli significava essere padrone del mon do civilizzato, oltre che farne parte: da tempo immemorabile il suo aureo splendore ingolosiva i nomadi.
Il sultano dei turchi credeva che il titolo di imperatore dei romani fosse legato al possesso di Costantinopoli e sperava che conquistandola avrebbe acquisito legittimità agli occhi degli europei, poiché sapeva che essi lo consideravano un barbaro. Non solo desiderava impadronirsi di una celebre metropoli, ma ambiva al «riconoscimento sociale», prova ne sia il suo tentativo di negare l’ascendenza turca e di millantarne una comnena.
Venezia, che considerava Costantinopoli un’enorme azienda commerciale, non sapeva se aiutare o no la città minacciata. Da un lato temeva per i possedimenti che aveva sul Corno d’Oro, dall’altro però non voleva guastare i favorevoli rapporti commerciali instaurati con gli Ottomani. Genova, che abitava nel quartiere di Pera, reagì in maniera altrettanto indecisa. Pur lasciando ai propri mercanti piena libertà di schierarsi prò o contro i turchi, ordinò contemporaneamente al podestà di Galata di trovare con Maometto un accomodamento che garantisse l’in violabilità dei beni genovesi. I ragusani, presenti a Costantino poli da quando i latini erano stati scacciati, avrebbero appoggiato Bisanzio soltanto se si fosse costituita una grande coalizione cristiana contro i turchi.
Neppure Inghilterra e Francia sarebbero potuti venire in soccorso, in quanto ambedue erano appena uscite dalla guerra dei cento anni.
Il Papa, che aveva invano scongiurato Federico III di aiutare la città minacciata, dovette alla fine contentarsi di inviare sul Bosforo un legato con qualche centinaio di armati. Risultato: l’Europa piantò in asso Costantinopoli, il mondo cristiano aveva cancellato dalla memoria la sua antica capitale. L’occidente aveva ben altro a cui pensare. La città sul Bosforo dovette fare ricorso alle sue poche forze militari.
Nel porto di Costantinopoli c’erano navi veneziane, ai cui capitani non reggeva il cuore di abbandonare la città minacciata; quindi misero gli equipaggi al servizio dei bizantini. Da Genova, all’ultimo momento, era giunto con 700 mercenari il celebre capitano di ventura Giovanni Giustiniani Longo, che voleva provare il brivido dell’assedio, ricordato anche nelle memorie di Lord Byron nell’ottocento. In tutto c’erano quindi 2000 stranieri.
Da parte sua Costantinopoli aveva meno di cinquemila Soldati. Veramente poco per difendere ventidue chilometri di mura dall’assalto di centoventimila musulmani. Per essere precisi, poteva contare su 4973 uomini abili alla guerra, un’inezia, se si pensa al milione circa di abitanti che aveva ai tempi di maggior splendore. Anche la flotta era assai malridotta: c’erano otto navi Veneziane, cinque Genovesi, una di Ancona, una di Barcellona e una di Marsiglia ed altre dieci più piccole bizantine, per un totale di 26 navi che restarono per tutto l’assedio ormeggiate al porto. Armi e munizioni: poche colubrine, scarse quantità di polvere e qualche antiquatissima catapulta.
Un piccolo contributo dall’Europa quella delle libere repubbliche, in uno scontro tra civiltà libertà contro bestialità e oppressione, la libertà del mediterraneo morì praticamente con Costantinopoli.
L’estrema difesa di Costantinopoli restituisce parzialmente l’onore a Genova. Sulle mura combattono Greci, Latini, Veneziani e Genovesi. Tra essi citiamo: Maurizio Cattaneo che forzò temerariamente gli Stretti ed il Corno d’Oro per portare soccorso a Costantinopoli con le sue tre navi e Giovanni Guglielmo Giustiniani Longo Giustiniani, il miglior condottiero della città, che non tardò ad assumere il comando supremo delle operazioni. L’ex corsaro fu l’anima della difesa saldo come un diamante al fuoco scrisse il cronista Greco Calcocondila, ma pur provenendo da Chios, combatteva per proprio conto e non per i Maonesi, con la promessa del Ducato di Cipro.
Il 29 maggio 1453 cade Costantinopoli, sempre rimasta indenne nella cerchia delle sue mura poderose, nonostante i ripetuti assalti avvenuti in precedenza. In quella terribile notte Giovanni Giustiniani Longo si adoperò senza posa a far chiudere le brecce nelle mura. Vicino alla Porta di San Romano, dove la muraglia era completamente in rovina, egli innalzò per mezzi di fasci di arbusti un nuovo vallo, dietro al quale si trincerò in un fosso. Giustiniani, era una vera torre nella battaglia e perciò un bersaglio costante dell’astio dei suoi avversari. La fama del suo coraggio si dice essere arrivata fino al sultano, il quale cercò invano di corromperlo. Ma di fronte alla pietosa condizione delle mura, che crollavano da tutte le parti, tutta la prudenza e la risolutezza del genovese e dei suoi aiutanti fu vana.
Resta memore la disputa di Giustiniani durante la battaglia con Lucas Notaras il Grande Duca sotto l’ Imperatore Costantino Paleologo per una frase che il Giustiniani disse, sembra  in dialetto veneziano, arrabbiatissimo al Duca impugnando un coltello: ”O traditor -scrive Zorzo Dolfino-et che me tien che adesso non te scanna cum questo pugnal!”, per il fatto che Notaras ritardava apposta il rifornimento dei cannoni richiesti al punto più cruciale della battaglia. La frase drammatica è riportata anche nell’opera della Storia nazionale Greca ( Istoria tu Elliniku Ethnus) dello storico greco Paparigopoulos nell’edizione del 1932. Per l’intervento dell’ Imperatore stesso la disputa si spense.
Proprio mentre il coraggio stava già tornando tra le file dei cristiani, si diffuse la spaventosa notizia che il Giustiniani fosse stato ferito. Poco dopo corse voce che l’eroe genovese avesse abbandonato la sua posizione e, con i mercenari, fosse fuggito a Galata. Quando vide scorrere il suo sangue Giustiniani perse di colpo tutto il coraggio. Lo splendido cavaliere rinascimentale, il generoso avventuriero, parve rendersi conto per la prima volta di essere anch’egli un mortale, e tale scoperta lo annientò. Si fece portar via su una lettiga, seguito da quasi tutti gli italiani, forzando il blocco degli assalitori. Tentativo inutile in quanto morì due giorni dopo essere arrivato a Chios. L’elogio funebre di Giovanni Longo Giustiniani fu fatto da Maometto II che disse di lui che da solo valeva più dell’intera flotta greca. Nonostante che la figura ancora resti controversa per questa repentina non spiegabile fuga, Giovanni Giustiniani Longo (Ioannis Iustinianis) è ancora oggi considerato un eroe dell’ellenismo ed a lui sono dedicate strade e scuole in tutta la Grecia
La fermezza eroica dei restanti difensori, comandati dal balì veneziano Gerolamo Minotto, non bastarono a fermare l’assalto.
Costantinopoli fu saccheggiata per tre giorni, i maggiorenti della città furono tutti decapitati tra di essi Maurizio Cattaneo e Girolamo Minotto. Altri genovesi parteciparono alla difesa tra essi citiamo: Antonio Bocciardo, Gerolamo Interiano, Lodisio Gattiluso, Francesco Salvatici, Leonardo di Langasco, Giovanni del Carretto e Giovanni De Fornari.
La caduta di Costantinopoli suscitò una grande impressione in tutto il mondo cristiano più per il turbamento degli equilibri politici e la probabile interruzione delle correnti commerciali, piuttosto che per gli effetti religiosi sulle popolazioni.

La Battaglia di Costantinopoli    Le crociate tra oriente e occidente

Dopo Costantinopoli cadde incruentamente anche Pera con un atto di sottomissione che non impedì distruzioni e saccheggi da parte degli Ottomani.
La Maona cercò in ogni modo di mantenere la sua indipendenza, pattuendo un salatissimo tributo da pagare al Sultano di 40.000 ducati d’oro, che fortunatamente si Accontentò poi della metà.
L’impero Ottomano con la conquista di Costantinopoli si era ormai rafforzato in tutta la zona del Mar Nero ed in buona parte dell’Egeo dove agivano le fiorenti colonie Genovesi e Veneziane. Nonostante che ai tempi delle Repubbliche marinare non ci fosse buon sangue tra le due rivali non erano rari i momenti in cui erano intensi i commerci tra le due, ne abbiamo una testimonianza proprio a Chios da parte del veneziano Gio Rolando Villani, giurista letterato e mercante nato a Pontermoli agli inzii del XVI secolo. Suo padre lo chiama a Chio ed egli stesso ci racconta il viaggio nelle cronache che poi scriverà. Parte da Pontremoli nel marzo 1529 per Venezia, qui s’imbarca su una delle navi dei Giustiniani di Genova. Viaggia lungo l’adriatico dall’Istria fino a Durazzo, sfugge alle navi turche, percorre le coste della Grecia e gli arcipelaghi dell’Egeo; alla descrizione aggiunge rilievi urbanistici ricordando le vicende degli eroi omerici. Vede Atene e Samo, e finalmente giunge a Chios il 3 luglio del 1529, dove trova il padre onorato amministratore della giustizia. Il vecchio Villani spinge il figlio verso i commerci approfittando dell’aiuto che gli può venire dagli stessi Giustiniani, i quali prestano subito del denaro al giovane e lo affidano a un loro agente che gli insegni il mestiere. Lo vediamo allora vendere stoffe a Tiro in Asia e a Lamek. Compie altri viaggi a Smirne, Lesbo, a Costantinopoli, nel Mar Nero, da qui si spinge lungo il Danubio fino alla Valacchia acquistando e vendendo merci. Torna a Chio il 27 luglio del 1531 ma trovando il padre morto, decide di tornare in patria.
Nel frattempo a Chios la vita proseguiva piuttosto tranquillamente anche perché le lotte intestine in Italia non interessavano le colonie d’oltremare anche perchè non c’era da aspettarsi nessun aiuto in caso di pericolo. La convenzione con i Giustiniani per lo sfruttamento di Chios fu rinnovata ancora in tempi diversi dalla Repubblica Genovese fino al 15 giugno 1542, per poi divenire un diritto perpetuo nel 1527, mediante il pagamento annuo a Genova di un tributo di 2.800 lire (l’antico canone pattuito già nel 1385). Per la solenne occasione furono iscritti nel libro d’oro della Repubblica tutti i Maonesi Giustiniani vivi all’epoca.
Gli Ottomani, tuttavia, continuarono a cercare a tutti i costi di prendere il definitivo controllo sulle isole, mirando a scacciare tutti i cristiani dall’Egeo.
Con il pretesto di spalleggiare militarmente la pretesa creditizia del nobile Genovese Francesco Drapperio, nei confronti della Maona per una partita di Allume non pagata, nella primavera del 1455, una poderosa flotta Ottomana attracca a largo di Chios.
L’ammiraglio turco Hansabeg vista la buona fortificazione dell’isola, valutò che non era il caso di rischiare un attacco.
Prima di ripartire un soldato turco della spedizione, sorpreso a profanare una Chiesa, fu ucciso e nella scaramuccia che seguì, una galea turca fu affondata.
Hansabeg, per ritorsione, si limitò a distruggere i vigneti e i giardini dell’isola e a prendere in ostaggio a Rodi gli ambasciatori della Maona Nestore e Quilico De Furnetto.
La Repubblica Genovese impegnata nella guerra con Alfonso d’Aragona, non potendo ben aiutare le sue lontane colonie si limitò ad armare due Galee con 800 uomini al comando di Pietro Giustiniani ed ad invocare l’aiuto del Papa e del Re d’Inghilterra Enrico VI.
La vendetta turca non tardò ad arrivare, nell’autunno 1455. Venti trireme turche comandate da Junusberg, muovono verso Chios, nonostante che una tempesta ne disperde la maggior parte, i Turchi conquistano senza combattere Focea Nuova, governata a quel tempo da Paride Giustiniani, che gli si consegna spontaneamente. Questo non impedì il saccheggio del porto, la profanazione delle Chiese e la messa in schiavitù di buona parte della popolazione.
Domenico Gattiluso fu costretto a cedere Taso ed aumentare il suo tributo al sultano per Lesbo ormai rimasta con Chios gli unici possedimenti genovesi nell’Egeo.
Maometto II continuò la cacciata dei Latini lungo le coste del Mar Nero, occupando Salmastri, Sinope e Trebisonda tra il 1459 ed il 1462.
Il 24 dicembre 1455 i Turchi occupano l’isola di Lesbo che poi prenderanno definitivamente il 16 novembre 1462. L’ultimo dei Gattiluso, Niccolò II fu fatto prigioniero e strangolato a Costantinopoli. Il fatto di aver resistito alla ferocia Ottomana per quindici giorni provocò un devastante saccheggio. Nello stesso anno Kalidsh Ali, satrapo del sultano occupa Samo. Nel 1456 il tributo (“kharag’”) è portato gradualmente da 6.000 a 14.000 monete d’oro, oltre ad un indennizzo di 10.000 monete d’oro per la perdita della galea per i fatti della primavera del 1455. Non era raro comunque che altri tributi una tantum venissero estorti con i pretesti più vari.
Nel 1463 Giovanni Antonio Longo è a Costantinopoli per trattare una pace duratura con gli Ottomani, ma ciò non impedì continui soprusi e scontri con gli stessi fino al 1477. Nel novembre 1471 scoppia una nuova guerra con Venezia. Una flotta di trenta navi Veneziane con alla testa Andrea Mocenigo e Dolfino Venier e Scaramuzza da Pavia stringono d’assedio Chios, mentre i Genovesi cercarono di rifarsi sui Veneti di Tana. Venezia per l’occasione seppe trovare validi alleati come il turcomanno Uzun-Hassan allora padrone della Persia. Genova, governata dal Visconti, chiese anche aiuto al Sultano Turco Murad II per la difesa di Chios, contro la “gens superbissima Venetorum”. Cosa che per fortuna non fu necessaria in quanto la Maona riuscì a difendersi da sola. Una squadretta Genovese ingaggiò i Veneziani nelle loro colonie nelle Cicladi e a Caristo nell’isola di Negroponte.
La Maona dispone nella fortezza di Chios assediata di solo 300 armati capitanati da Leonardo di Montaldo, ma resiste stoicamente ai ripetuti attacchi delle soverchianti forze nemiche. Nel giorno di Natale 1471 attirando il nemico nel porto difeso solo da mercantili, lo aggira sferrando un poderoso e vittorioso attacco contro i Veneti, colti di sorpresa. L’assedio a Chios fu tolto il 17 gennaio 1472. In aprile, Andrea De Marini sconfigge definitivamente i Veneziani nel Dodecaneso. Mocenigo e Venier di ritorno a Venezia sono giustiziati per aver mal condotto l’assedio alla fortezza di Chios. Nello stesso anno, la definitiva pace tra Genova e Venezia, anche perché il nemico comune Ottomano si faceva sempre più pressante nei possedimenti delle Repubbliche nell’Egeo.
Nel 1473 cade la colonia di Caffa sul Mar nero. Nel 1481 i Giustiniani abbandonano l’isola di Samo e lasciano Nicaria ai Cavalieri di S.Giovanni, cui già prima avevano lasciato Cos. Queste isole prive di porti e quasi deserte, erano già di scarso interesse sia per i Giustiniani che per gli Ottomani. Nel 1482 muore Maometto II, scatenando una lotta per la successione. Una flotta composta da navi napoletane, pontificie e genovesi comandate da Paolo Fregoso e stipendiate dal Papa ligure Sisto IV Della Rovere, espulsero i turchi da Otranto. Poteva essere l’occasione per rilanciarci nella riconquista dei possedimenti perduti in oriente ma anche questa volta le discordie degli italiani ne vanificarono il progetto.
Ci fu una nuova minaccia Ottomana all’isola di Chios nel 1495, ma grazie alla difesa di 300 scelti comandati da Tommaso Giustiniani non ci fu battaglia. Continua fu l’azione diplomatica dei Maonesi, gli ambasciatori di Francesco I di Francia in oriente (Barone S. Blancard e Barone D’Arman) passano più volte a Chios, così come il Principe di Lussemburgo nel 1552.
Nonostante i continui sforzi finanziari e diplomatici per difendersi dagli Ottomani, fu paradossalmente la stessa Repubblica di Genova ad accelerare la disfatta della Maona, temendo il crescente potere dei Giustiniani. Il 2 Marzo 1558, è a Costantinopoli un plenipotenziario del Doge, Francesco de Franchi Torturino, per negoziare i diritti dello sfruttamento di Chios agli Ottomani e la restituzione del debito residuo di 152.250 lire genovine ai Maonesi. L’opera diplomatica dei Giustiniani che ne seguì, valse soltanto a ritardare la loro fine.
Con il pretesto di un riscatto per il rapimento di un genovese non pagato (il “messo” della Maona era fuggito con i soldi), il Visir spinse il Sultano ad accelerare la conquista di Chios. Ora restava solo l’isola ai Giustiniani definita dai Veneziani “l’occhio destro di Genova”. A quel tempo l’isola aveva una popolazione molto più numerosa di oggi pari a 120.000 abitanti su una superficie di nemmeno mille chilometri quadrati con una densità eccezionale per l’epoca.
Era dal 1564 che i maonesi non pagavano al Sultano il tributo promesso ad Amurat II nel 1435, nell’anno in cui si era impadronito di Focea vecchia e Focea nuova.
Il 14 aprile 1566 una flotta imponente di ottanta galee comandate da Kapudanpascià Pialì (o “Paoli” come da altre fonti) arriva al porto di Chios che riesce in sostanza ad occupare senza combattere con un sottile tradimento. Gli Ottomani chiesero infatti l’approdo al passaggio come amici, ma appena approdati, richiamarono il capo della Maona, il podestà Vincenzo Giustiniani, il vescovo Timoteo Giustiniani e i 12 governatori e li fecero imprigionare. Ciò non impedì che l’isola subisse un violento saccheggio, le Chiese furono tutte distrutte o convertite in Moschee, ben presto tutto ciò di bello, funzionale e utile a Chios fu depredato o devastato. Vincenzo Giustiniani con gli altri 12 governatori e gli altri Giustiniani più in vista furono portati a Costantinopoli. I più giovani sotto i 12 anni furono chiusi in un convento intitolato a S. Giovanni Battista. Ventuno giovinetti tra i 12 e i 16 anni furono separati dai genitori, costretti ad abiurare la fede cattolica ed ad arruolarsi nel corpo dei giannizzeri. Quei bambini, martiri cristiani ricordano i Santi Innocenti dell’inno di Prudenzio, o certi delicati passi di S. Cipriano dedicati ai bambini confessori e martiri.
Tre di loro si piegarono alle volontà Ottomane, furono circoncisi, ma poi riuscirono a fuggire a Genova, riabbracciando la fede avita. Gli altri 18 furono uccisi dopo atroci torture il 6 settembre 1566. Questi ultimi furono canonizzati dalla Chiesa. Un dipinto che fregia il palazzo dei dogi a Genova ne glorifica il martirio.
L’immagine a destra si riferisce al modello preliminare olio su tela (116.8 x 82.6 cm) di Giovanbattista Tiepolo (Venezia 1727–1804) per un soffitto del Palazzo Ducale di Genova, conservato al Metropolitan Museum of arts di New York nel fondo John Stewart Kennedy 1913, il cui originale è andato poi distrutto in un incendio. Il Tiepolo ebbe l’incarico dalla famiglia nel 1784 e completò l’opera l’anno seguente. Nella parte superiore della scala centrale Jacopo Giustiniani è inginocchiato davanti alla personificazione della Repubblica Genovese. Gli stemmi dei Giustiniani e di Genova sono visibili sulle due bandiere. Una figura femminile in vestito greco posta nell’angolo di sinistra rappresenta l’isola di Chios; il rotolo che tiene nelle mani ha le iniziali V.I. e 1562, in riferimento a Vincenzo Giustiniani Garibaldi podestà dal 1562 al 1566 (anno della conquista turca dell’isola). Le figure in vestito orientale nella parte di destra potrebbero alludere alle conquista turca dell’isola nel 1566 o alle imprese commerciali dei Giustiniani nell’Asia minore e nelle isole dell’arcipelago Greco.
Gloria genovese e sacra; poco conosciuta. Le cannucce infocate conficcate nelle dita dei piedi e delle mani, le percosse brutali, il piccino che tiene stretto stretto il pugno, perché non si creda che voglia alzare l’indice (che era il segno della resa, della volontà di farsi maomettano), e lo stringe così forte, che né da vivo né da morto gli si poté mai disserrare, quel piccolo, cristiano pugno. Erano i fanciulli di più vivido ingegno e di più alta estrazione sociale, il Solimano voleva farne dei paggi del suo Serraglio, e li fece portare da Chio a Costantinopoli: sarebbero diventati certo ministri, governatori, pascià (come accadeva); ma prima dovevano convertirsi ad Allah. E quei piccini preferirono Cristo:”O decem et octo lustiniani” “sanguinea stola exornati!“.”Stringe a pugno la destra per non poter perdere / ciò che porta nelle mani: porta l’anima nelle mani” (“Comprimit in pugnum dextram, ne perdere possit/ quod gerit in manibus: fert animam manibus“). Gli informatori di Pio V non hanno potuto, da Costantinopoli, riferire tutto sui fanciulli Giustiniani, ma un episodio che sa di miracolo, sì. E il grande Papa si commuove e ringrazia Dio per il severo e dolce dono del martirio e della perseveranza di uno di quei bambini: grazia altissima, Il Cardinale Gambara dirà :”ll Santissimo nostro Signore disse (in Concistoro,ai Cardinali,il 6 Settembre 1566) che un giovinetto di tredici anni,della famiglia Giustiniani(…) né da allettamenti né da terrore poté essere indotto a convertirsi alla religione dei Turchi. Ché anzi, minacciandogli il Pascià la morte, o col farlo precipitare ipso facto dalla finestra o col trafiggerlo colla spada, non solo non provò spavento ma espresse invece il desiderio grande del martirio, dicendo che non potevano fargli nessun dono maggiore che mutare nella morte la vita, per la fede di Cristo. Fu gettato allora nel carcere, e qui, dopo che ebbe riversato tutte le sue preghiere ai piedi di Dio, perché si degnasse di concedergli la corona del martirio, tre giorni dopo, intatto e senza veruna offesa, fu trovato morto. Di questo Santi volle far partecipi i Reverendi Cardinali, perché fossero grati a Dio, che anche ai nostri tempi donava grazie di questo genere. Tempi forti, di lotta e fede vera. I “duodeviginti lustinianae gentis Pueri”,di cui fu scritto, con suggestiva, sonante, antitesi nella Cappella del Palazzo Ducale genovese, nell’epigrafe acclusa all’affresco di Giovan Battista Carlone:“. . le loro grandi anime, per ritrovarle, sotto le percosse intrepidamente persero””.. .magnas animas, ut invenirent, constantissime perdiderunt” (traduzione dal latino di Aldo Bartarelli).
La caduta di Chios fu un immenso dolore per il Papa S. Pio V che, nel comunicare la notizia ai Cardinali del Concistoro, interruppe le sue parole con uno scoppio di pianto.
I capi della Maona furono internati a Caffa in Crimea, dove molti morirono. I superstiti, furono liberati dal Sultano Selim nel 1567 e gli fu concesso di tornare a Chios o in Italia per intercessione di Carlo IX re di Francia, su preghiera del Papa S.Pio V, per mezzo del suo ambasciatore De Guanterie de Grandchamp (Dall’opera di P.P. Argenti “Chius Vincta” alcuni estratti in inglese  sulla sorte dei diciotto fanciulli Giustiniani e la liberazione dei superstiti a Caffa).
La cittadella di Chios fu presidiata e l’isola occupata con il divieto ai residenti di abbandonarla, pena la morte, mantenendogli però anche alcuni dei privilegi concessi in precedenza dai Maonesi.
Si spiega così come ancora nel 1594, sia i Giustiniani che rimasero che quelli che tornarono a Chios riuscirono comunque a mantenere un certo lignaggio, anno in cui per gli inasprimenti dell’amministrazione, i più furono costretti ad andarsene. Risulta comunque che ancora oggi ci siano famiglie che portano l’antico cognome dei Giustiniani o sue varianti Greche.
Ci fu ancora un vescovo di Chios nel secolo scorso: Ignazio nel 1830 ed un altro con lo stesso nome nel 1879, con sede a Nasso dove un certo Giovanni Giustiniani possedeva ancora nel 1670 vasti possedimenti.
I più dei sopravvissuti tornarono a Genova con la vana speranza di vedersi riconosciuto un indennizzo per la perdita dell’isola di 152.250 lire Genovine nel caso di perdita della colonia, più altre 70.000 lire genovine per altre indennità ed il rimborso con gli interessi di 600 luoghi (60.000 lire) che i Giustiniani avevano depositato presso il Banco di S.Giorgio a Genova come garanzia per il censo annuo dovuto alla Repubblica.
Tutti i richiami che i Giustiniani fecero fino al 1805 per farsi riconoscere il debito, furono inutili. Le speranze finirono definitivamente quando il Banco di S. Giorgio fu chiuso nel 1815.
Gli antichi domini dei Giustiniani nel Dodecaneso, sotto il gioco Ottomano, andarono molto presto in rovina. Chios fu ridotta ad un covo di ladri e di pirati. I pochi latini rimasti furono incarcerati. La maggior parte della popolazione rimasta era per lo più plebea. Di tutte le Chiese dell’isola rimasero solo la cappella dei Domenicani e il convento dei Francescani.
Nel 1681 l’Abate di Burgo censisce le antiche famiglie genovesi di Chios. Oltre ai Giustiniani, nell’elenco, tratto dal libro Viaggio di cinque anni; pubblicato nel 1686 nelle stampe dell’Agnelli (In Milano) compaiono le seguenti famiglie di cui alcune presenti nella stessa Maona Giustiniani: Alessi, Argiroffi, Balzarini, Barbarini, Banti, Balli, Baselischi, Bavastrello, Borboni, Bressiani, Brissi, Calamata, Cametti, Caravi, Casanova, Castelli, Compiano, Condostavli, Coressi, Corpi, Damalà, D’Andria, Dapei, De Campi, Della Rocca, De Marchi, De Portu, Devia, Domestici, Doria, Facci, Filippucci, Fornetti, Frandalisti, Galiani, Gambiacco, Garchi, Garetti, Garpa, Giudici, Giavanini, Graziani, Grimaldi, Leoni, Longhi, Machetti, Macripodi, Mainetti, Maloni, Mamabri, Marcopoli, Marneri, Moscardito, Massimi, Montarussi, Motacotti, Moroni, Ottaviani, Parodi, Pascarini, Pigri, Pisani, Portofino, Pretti, Ralli, Rastelli, Recanelli, Rendi, Reponti, Remoti, Rochi, Rubei, Salvago, Sangallo, Serini, Serra, Soffetti, Spinola, Stella, Testa, Timoni, Tubini, Valaperghi, Vegetti, Velati, Vernati, Viviani.
Molti Giustiniani di Chios si distinsero anche al di fuori del Dodecaneso. Nicolò Banca nel 1393 è console a Costantinopoli, Ottobono Campi è capitano di ventura nella guerra di Ventimiglia, Francesco Campi è ambasciatore presso l’imperatore Sigismondo, dal quale è nominato conte palatino per il casato dei Giustiniani il 15 maggio 1413, come Gabriele Recanelli l’8 dicembre 1417. Antonio Longo nel 1390 è ambasciatore e plenipotenziario della Repubblica e paciere nella disputa tra guelfi e ghibellini. Pietro Giustiniani, Ammiraglio della flotta dei Cavalieri di Malta e Gran Priore dell’Ordine durante la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 (….”Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell’Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.…” attraverso il racconto di un marinaio della nave cristiana “San Teodoro”, narrato da Gianni Granzotto nel libro: “La battaglia di Lepanto”).
La maggior parte dei rami discendenti di questa nobile famiglia, dopo il 1566 anno della conquista Ottomana di Chios si sono estinti nel corso dei secoli.
Genova con la caduta di Chios sparisce dal novero delle potenze coloniali, continuando il declino coloniale cominciato nel 1475, ma invece che la decadenza ritrova una inaspettata prosperità. Non nel campo politico ma nel campo imprenditoriale. Nel XVI secolo le navi ed i marinari liguri si possono paragonare ai Greci del XIX secolo che si incontrano in tutti i mari e in tutti i porti stranieri più facilmente di quelli a casa loro. Con grande incremento dell’attività mercantile Genova seppe affermarsi fin da subito nella nuova attività destinata ad affermarsi nei secoli a venire: le banche.
Le colonie commerciali perdono la funzione di teste di ponte verso un mondo che ormai ha acquistato sicurezza e sviluppo spontaneo, dove i latini sono visti ora come concorrenti piuttosto che come collaboratori. I Veneziani mantennero i loro possedimenti nel levante più a lungo dei Genovesi soprattutto per la maggior presenza dei coloni veneti, al contrario di Genova che non riuscì mai a facilitare grosse emigrazioni verso le colonie.

          (da www.giustiniani.info)